Si fa presto a dire “materiali”. Come se parlassimo una sorta di slang, tendiamo a dire che sia fatto “di ferro” un qualsiasi oggetto di metallo; “di carta” qualsiasi cosa su cui, messi alle strette, si possa eventualmente scrivere; “di plastica” qualcosa di flessibile ma che non si lasci strappare, “di legno” se tende al marrone. Non basta, per eseguire una corretta raccolta differenziata e per capire il concreto utilizzo tecnologico, è necessario conoscere meglio l’affascinante mondo dei materiali.

Operazione indispensabile e partire dalle proprietà dei materiali, che troviamo qui:

Queste numerose proprietà ci dicono cosa i materiali siano in grado di fare, per cui inizia ad essere chiaro quanto variegato sia il loro insieme…La logica consiglia di effettuarne la classificazione riferendosi ad un criterio: l’origine.

classificazione dei materiali per origine

Approfondiamo i materiali tecnologicamente più significativi, e capiamo meglio le particolarità connesse al loro utilizzo ed al loro riciclaggio.

IL RICICLAGGIO

Il riciclaggio dei materiali è il processo che consente di ridare lo status di materia prima a scarti di lavorazione e/o prodotti finiti che, avendo terminato la loro prima vita utile, sono stati conferiti a rifiuto secondo opportuni criteri. Si tratta di un processo ripetibile un numero indefinito di volte, il cui principale input è la raccolta differenziata delle materie di scarto. Quest’ultima consente di trattare cumuli di materiali di scarto di natura omogenea, attraverso processi specifici e mirati. L’indicazione chiave viene fornita dai codici di riciclaggio. Si tratta di codici numerici internazionali, istituiti dalla Decisione della Commissione Europea del 28 gennaio 1997 in associazione alla natura del materiali, racchiusi in questo simbolo:

simbolo di riciclabilità

Il simbolo indica il ciclo a cui viene sottoposta la vita del materiale (materia prima – prodotto – materia di scarto – riciclaggio – materia prima – prodotto…), ma anche la stessa filiera del riciclo la quale implica il lavoro sinergico di diversi stakeholders presenti sul territorio. L’efficacia e l’efficienza della filiera è dovuta al contributo di ognuno; gli strumenti amministrativi (piano regionale dei rifiuti) devono perciò opportunamente regolamentare le varie dinamiche che vi intercorrono. Osserviamo un esempio relativo ai materiali polimerici:

la filiera del riciclo dei materiali polimerici.

RICICLAGGIO DEI MATERIALI POLIMERICI

E’ fondamentale operare il riciclo dei materiali polimerici, dato il loro abnorme utilizzo a livello mondiale unito alla non loro non biodegradabilità (ad eccezione di alcune particolari resine polimeriche di nuova concezione). Una caratteristica che li porta a permanere in natura, se abbandonati, per tempi anche superiori al migliaio di anni.

Il processo che permette il recupero della materia prima viene svolto a valle del processo di raccolta differenziata prodotta dai consumatori e conferita dal gestore del servizio a livello comunale. Un primo intervento riguarda il lavoro dei centri di selezione. Il loro scopo è quello di suddividere le varie tipologie di polimeri fra loro e di eliminare eventuali frazioni estranee. Le frazioni merceologiche presenti in una singola balla di materiale differenziato possono essere differenti, principalmente a causa dell’imperizia di ogni singolo consumatore nella differenziazione. Ciò lede l’operazione di riciclo e và pertanto impedito, in primis svolgendo azioni di conferimento il più possibile corrette.

Rigorosamente, il processo di selezione coinvolge un’attività sia meccanica che manuale, che si suddivide nelle seguenti fasi:

  • rimozione oggetti ingombranti che, per le loro dimensioni, ostacolano il funzionamento degli impianti;
  • disimballo e lacerazione dei sacchi per liberarne il contenuto;
  • vagliatura, con eliminazione delle impurità e degli elementi di piccole dimensioni non selezionabili;
  • separazione in due flussi distinti: imballaggi bidimensionali (flessibili) e imballaggi tridimensionali (rigidi);
  • separazione.

Alcuni processi di separazione possono essere:

Il processo di separazione più tecnologicamente avanzato è quello effettuato tramite macchinari detectori, ovvero tramite sensori di rilevamento che, emettendo un’onda elettromagnetica che colpisce il materiale, ne comprendono la natura in base al segnale di eco ricevuto.

La combinazione delle due tipologie di detectori permette di separare gli imballi per famiglia di materiale e, successivamente, nei casi in cui risulti vantaggioso per migliorare la qualità del materiale selezionato, per colori, a seconda dei flussi che si vogliono ottenere. A valle, c’è una fase di controllo manuale da parte di operatori specializzati, per evitare eventuali errori nell’operazione di rilevamento.

Grazie a questo processo, vengono costituite balle di rifiuto differenziato selezionato che si avviano alla fase successiva, la quale riguarda il lavoro delle aziende riciclatrici. Esse svolgono un processo di recupero della materia prima che può essere di natura chimica o meccanica. Il primo è costituito da una serie di processi chimici che decompongono i polimeri del materiale nel monomero di origine. Il secondo può essere grosso modo suddiviso in 5 fasi:

In ultimo, le aziende trasformatrici si occupano di ridare vita ai granuli di materiale polimerico riciclato realizzando nuovi prodotti, (come bottiglie, imballaggi ecc.), acquistabili dal produttore importatore (come aziende produttrici di bevande, frutta ecc.), il quale re-immette il materiale nel circuito della grande distribuzione.

Gli ecodistretti sono hub costituiti a livello di ambito territoriale ottimale, in cui sono integrate ed integrabili le varie funzioni che riguardano, per i differenti materiali, selezione, recupero e termovalorizzazione (della frazione non riciclabile).

DISCARICHE E TERMOVALORIZZAZIONE: il “non optimum”

L’obiettivo è tendere, mediante la disciplina della riduzione, del riuso e del riciclo ed una corretta valutazione dell’LCA (Life Cycle Assessment) in fase di progettazione del bene da produrre e vendere, ad avere RIFIUTI ZERO. Mica facile nella società consumistica in cui ci troviamo, per la quale, quantomeno, è necessario un transitorio (si spera il più breve possibile).

Nel transitorio non resta che smaltire mediante il “non optimum”. Ne esistono di due tipi: uno da evitare, ossia il conferimento in discarica, l’altro adottabile in quanto potenzialmente virtuoso, ossia la termovalorizzazione. Ovviamente il discorso riguarda il cosiddetto indifferenziato, ossia la frazione di RSU non riciclabile ma che è comunque necessario gestire.

non uno spettacolo edificante…

Il conferimento in discarica dell’indifferenziato è un azione da ritenersi dettata da situazioni di straordinarietà. La direttiva discariche (DIRETTIVA UE 2018/850) stabilisce una serie di limitazioni sostanziose a questo modo di chiusura del ciclo dei rifiuti, confermando la tendenza della direttiva 98/2008 a considerare le discariche il modello residuale, e l’ultimo nella gerarchia di chiusura del ciclo dei rifiuti che comprende diverse soluzioni raccomandate in ordine rigorosamente gerarchico :

  • Riduzione;
  • Riuso;
  • Riciclo;
  • Incenerimento;
  • Discariche.

L’incenerimento con termovalorizzazione è al quarto posto. Si tratta di una pratica tesa a sfruttare il PCI (il Potere Calorifico Inferiore) mediante combustione di una eco-balla, trasformando l’energia termica in energia elettrica mediante l’azione di una dinamo contenuta in un apposito impianto termovalorizzatore di rifiuti solidi. In alcuni casi, si procede alla cogenerazione di energia elettrica e termica per il riscaldamento domestico. La domanda dunque è: perchè solo il quarto posto per questa prospettiva di valorizzazione del rifiuto?

Perchè l’elemento critico, correlato alla gestione del processo di combustione (l’eterogeneità della composizione di un ecoballa rende necessaria continua attenzione alla regolazione dei forni), è provvedere ad un più che adeguato sistema di depurazione dei fumi. La depurazione prevede un complesso sistema di filtri e reattori che consente di abbattere le sostanze inquinanti al di sotto dei limiti di legge. Impianti realizzati nel rispetto delle B.A.T. (BEST AVAILABLE TECHNICS), e sottoposti ad uno strenuo regime di controllo degli effluenti gassosi da parte degli organi del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente emettono molto al di sotto dei limiti di legge ma, comunque, emettono.

Ecco perchè sarebbe auspicabile non dover ricorrere a questa pratica (particolarmente rispetto all’emissione di nanopolveri -PM-), spostarsi il più possibile su un modello di società a rifiuti-zero e continuare a generare energia da altre fonti di tipo rinnovabile. In questo caso, una eco-balla è purtroppo una”fonte rinnovabile” …